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Antonella Petricone fa parte dell’associazione Befree, che ha allestito una mostra a Roma sulla prostituzione forzata nei campi di concentramento tedeschi.

Quando si parla dei crimini del nazismo, si pensa al genocidio degli ebrei. Voi mettete in evidenza un ulteriore elemento, poco conosciuto: la prostituzione forzata. Cos’è?
L’11 giugno 1942, Heinrich Himmler, il capo supremo delle Ss, autorizzò i comandanti dei lager “a fornire femmine nei bordelli ai detenuti più laboriosi”. Le donne erano costrette a fornire servizi di sottomissione sessuale per motivare i militari e i prigionieri dei campi.
Erano ridotte in schiavitù?

Di fatto. L’oppressione delle donne, l’esistenza di torture legate al “genere”, è un aspetto poco conosciuto del nazismo e del fascismo. Questa mostra, creata nel 2005 dal gruppo viennese “Die Austeller” e dall’università delle Arti di Berlino, cerca di documentarne una parte.

Perché fino a pochi anni fa non se ne sapeva praticamente niente?

Le vittime non ne hanno mai parlato per vergogna di essere considerate prostitute. O per paura che le accusassero di collaborazionismo. Nessuna è stata risarcita per lo sfruttamento sessuale nei lager. Anche i nazisti, all’epoca, cercarono di nasconderne il più possibile l’esistenza.
I bordelli erano in tutti campi?

Sappiamo che strutture di questo tipo, chiamate “edifici speciali”, esistevano in almeno 10 campi. Tra cui Mauthausen, Auschwitz, Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen. Le prigioniere fatte prostituire venivano soprattutto dal lager di Ravensbrück (a 80 km da Berlino), che era tutto femminile, e da quello di Auschwitz-Birkenau, anch’esso femminile.
Quante donne sono state coinvolte?

Almeno duecento.
Erano ebree?

No. La maggior parte di loro era di origine tedesca, imprigionate nei campi con l’accusa di essere “asociali” – categoria nella quale rientravano sia le persone con problemi mentali, che quelle considerate “immorali”. C’erano anche molte prigioniere politiche: tedesche, polacche, ucraine, russe o dei Paesi Bassi.
Ufficialmente, sotto il nazismo la prostituzione era osteggiata. Perché allora aprire dei bordelli nei campi?
Era un “divertimento” per “rinfrancare” i militari tedeschi, soprattutto nella Polonia occupata. Inoltre Himmler lo considerava “un incentivo” per la produttività dei deportati, che dovevano lavorare nei lager a sostegno dell’economia tedesca. Era una sorta di “premio di produzione” per i più instancabili.

Quindi era usato per “controllare” meglio soldati e internati nei lager?

Esatto. Doveva anche servire a prevenire pratiche omosessuali, che il regime considerava peggiori della prostituzione.
Ma quali prigionieri potevano “usufruirne”: anche gli ebrei?

Assolutamente no. Era un privilegio riservato ai detenuti di origine tedesca, “asociali” oppure criminali comuni, e a quelli “politici” o di guerra – con la sola eccezione dei sovietici, che erano considerati quasi al pari degli ebrei. Bisogna dire che molti prigionieri politici protestarono come poterono contro i bordelli.
C’era un diverso trattamento a seconda dei “tipi” di prigionieri…

Anche questa era una forma di controllo. C’era un sistema di funzionari tra gli internati: venivano usati per sorvegliare gli altri. Oppure c’era chi lavorava per l’industria tedesca. Erano due delle categorie che potevano “guadagnare” l’accesso al bordello grazie a buoni premio.
Era tutto organizzato e pianificato in modo “razionale” – per quanto l’insieme fosse un meccanismo assurdo, folle.

Sì, è una delle caratteristiche del nazismo. Gli “edifici speciali” erano confortevoli e ben organizzati. In più avevano ferree regole igieniche. Le donne, prima di essere costrette a prostituirsi, erano visitate, nutrite e tenute in quarantena. Erano obbligate a lavarsi dopo ogni rapporto sessuale e sottoposte a controlli medici.
Non per il loro benessere, immagino
.
Per evitare la diffusione di malattie nei campi. Tutto era organizzato come un sistema produttivo. Non c’era niente di “umano”: le stanze dei bordelli erano dotate di spioncini, perché le sorveglianti potessero controllare che i rapporti sessuali avvenissero a dovere. E, soprattutto, per evitare che prigionieri e prostitute forzate parlassero e solidarizzassero.
È incredibile.

Sì, avevano previsto tutto, e in modo da evitare qualsiasi forma di ribellione o sabotaggio. Un sistema di burocratizzazione dell’orrore e dello sterminio
Cosa ne è stato delle donne prostituite?

Non è chiaro. Erano tenute in condizioni fisiche migliori delle altre internate. Ma se rimanevano incinte, per esempio, venivano costrette ad abortire – alcune ne sono morte. La viennese Irma Trksak, una delle sopravvissute all’inferno di Ravensbrück, racconta di quando furono liberate alla fine della guerra. Le ha descritte così: “Erano rottami umani. Ogni giorno dovevano concedersi a un’infinità di uomini. Uscirono dai lager distrutte, rovinate per sempre, molte sull’orlo della morte”.

 

Regolamentare la Prostituzione?





 

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Perchè nasce casedipiacere.it

Il tema della cosiddetta “Regolamentazione” della prostituzione è un argomento sulla bocca di tutti, ma nessuno concretamente ha fatto qualcosa per risolvere definitivamente questo problema.

Personalmente sono dell'opinione che tutti quanti noi stiamo vivendo nell'ipocrisia più totale: 

il problema viene vissuto, come prima dicevo, almeno a parole da tutti ma al tempo stesso nessuno fa niente o, ancor meglio, tutti sono convinti di non poter fare nulla a riguardo. Non è così perché non possiamo più nasconderci dietro un dito e continuare a mettere la testa sotto la sabbia, ma dobbiamo trovare una soluzione e per fare questo dobbiamo parlare a chiare lettere e confrontarci al fine di trovare delle vere proposte risolutive.

Con questo sito vorrei riuscire a formare un gruppo unito e solido per far sì che, in un modo o nell’altro, possa emergere realmente quello che la maggior parte delle persone vuole.

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